La strepitosa rivoluzione giornalistica di Open:

1. Link Facebook accompagnato dalla spassosa citazione di un #commentomemorabile con il simpaticissimo e poco abusato verbo “uscire” al transitivo.

2. Divertentissimo fotomontaggio di Salvini-Zorro riciclato da Twitter che fa meno ridere di Gene Gnocchi a DiMartedì, ma che i cinquantenni del kaffèe1 condivideranno con piacere alimentando click e analytics.

3. Articolo ricercato ed esclusivo con poco più di 1.000 battute a base di virgolettati copia-incollati dall’introduzione del libro, nei l’autrice riporta aneddoti insignificanti divenuti ‘notizia’ senza un motivo apparente.

4. Carrellata di tweet spiritosissimi postati da vari artisti, giornalisti, pseudo influencer e tutti quegli utenti che contribuiscono ad alimentare la fastidiosissima e ridondante ‘ironia del web’ per qualsiasi scemenza.

5. Copertina del tanto bistrattato libro di Salvini che campeggia a tutta pagina all’inizio del pezzo, nel caso qualcuno se la fosse persa, perché è risaputo che il modo migliore per combattere qualcuno è fargli pubblicità. Forse, semplicemente, questo qualcuno non voglio combatterlo perché il suo faccione/le sue dichiarazioni/il suo essere sopra le righe mi porta contatti, condivisioni, traffico e numeri dei quali potrò fare sfoggio con gli editori e i clienti al momento della stipula dei contratti pubblicitari.

Non è la prima volta che contesto il progetto Open, e qualcuno potrà giustamente farmi osservare che ogni giorno posso imbattermi in obbrobri del genere consultando anche altri quotidiani online più affermati.

La differenza è che nessuno di questi si è mai professato come un progetto innovativo in grado di dare una svolta al mondo dell’informazione digitale – se non altro non avevano la spocchia di Mentana & co. – per poi rivelarsi una bruttissima copia del lato oscuro di Repubblica, Il Post, Huffington Post, e similari.

In sintesi, Servivano 15mila cv per scrivere sta cazzata eh.